Il mondo nell'obiettivo. I fotografi delle Ong
15 giugno 2019 - 08 settembre 2019

I fotografi delle Ong
di Claudio Pastrone

Da anni la Federazione Italiana Associazioni Fotografiche e il suo polo culturale, il Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena, osservano con attenzione, stimolano e promuovono quel genere di fotografia che in termini molto ampli possiamo definire sociale. Ricordiamo i recenti grandi progetti che hanno coinvolto, su tutto il territorio nazionale, la vasta rete di fotografi che gravitano intorno alla nostra Federazione: Tanti per tutti, l’indagine fotografica sul volontariato italiano e La Famiglia in Italia, progetto che, grazie alla varietà degli aspetti affrontati e dei punti di vista, ha proposto un’immagine collettiva della trasformazione in atto nel nostro paese di uno dei cardini della struttura sociale.
Questo nuovo capitolo sui fotografi che operano in favore delle Organizzazioni Non Governative apre le porte a orizzonti diversi da quelli che sembrano dilagare nella nostra società: le derive verso egoismi e incomprensioni che ci fanno temere la degenerazione del concetto stesso di convivenza umana.
A differenza dei progetti fotografici nazionali promossi dalla FIAF, che hanno stimolato la produzione delle immagini sui temi proposti, in questo caso la mostra è stata realizzata grazie alla intermediazione di Giuseppe Frangi della rivista VITA, in collaborazione diretta con delle Ong, alcune conosciute, altre meno note al grande pubblico, ma tutte accumunate dall’impegno verso chi ha bisogno di un sostegno per la propria sopravvivenza.
Come scrive Frangi nel suo testo pubblicato più avanti, le Ong hanno continuato ad investire nella documentazione non solo delle loro attività specifiche, ma anche per segnalare quelle emergenze umanitarie che dilagano sul nostro pianeta. Questa operazione serve a far affiorare problemi che la comunicazione ufficiale, soprattutto stampa e televisione, non trattano o a cui dedicano sporadiche notizie che non ci fanno capire la concreta gravità di ciò che accade. Tuttavia, tra i lavori presentati non troviamo solo gli aspetti negativi, ma anche le azioni positive promosse dalle Ong per far sì che le popolazioni interessate da drammi e disagi riescano, se non a superarle del tutto, a renderle meno dolorose e devastanti.
Un aspetto particolarmente interessante, e che è stato anche il filo conduttore nella progettazione della mostra, è il modo in cui i diversi fotografi hanno portato a termine il loro compito di sviluppare i temi che le Ong hanno loro proposto. Abbiamo apprezzato la grande libertà interpretativa e le differenze di stile comunicativo e tecnico dei vari lavori.
Molti autori hanno documentato in modo diretto, ma ognuno con stile personale i vari scenari.
Diana Bagnoli ha fotografato per AMREF una operazione di educazione sessuale in Kenya da parte di una volontaria locale. Abdoulaye Barry ha documentato per COOPI il sostegno alle comunità afflitte dalle violenze scoppiate con la nascita del gruppo terroristico nigeriano Boko Haram. Marco Gualazzini ha lavorato per ActionAid sull’assistenza a donne che hanno subito violenza in Madhya Pradesh, Stato centrale dell’India.
Per AVSI Stefano Schirato ci presenta il suo lavoro sulle maestre locali che operano nel campo profughi Palabek in Uganda, mentre Andrea Signori ha interpretato l’attività sviluppata da Marco Martinelli che ha proposto la recitazione della Divina Commedia come possibile rimedio all’abbandono scolastico nella baraccopoli di Kibera nel cuore di Nairobi. Alessandro Serranò ci propone per ActionAid gli effetti sul territorio e sulla popolazione del terremoto e del successivo tsunami che hanno colpito l’Indonesia sul finire dello scorso anno e l’intervento realizzato per andare incontro ai bisogni della popolazione.
I fotografi di Studio14photo (Marco Sartori e Andrea Arcidiacono con Massimiliano Pescarolo e Alessandro Castiglioni) hanno invece lavorato per CIAI sui minori stranieri non accompagnati, obiettivo di un progetto di protezione e sostegno a Palermo.
Altri, ognuno con il proprio specifico stile, hanno applicato al loro lavoro un linguaggio più interpretativo.
Giancarlo Ceraudo è penetrato in una realtà problematica italiana, il Rione Sanità di Napoli, in cui opera Save the Children. Stefano Guindani ha realizzato per Nph Italia - Fondazione Rava ritratti di persone e ambienti in Haiti e in altri otto paesi dell’America Latina. Giovanni Marrozzini, per Funima International, si è espresso con la sensibilità che lo contraddistingue interpretando la situazione dell’infanzia dedita alla droga nella città di Asunción. Valentina Tamborra, per AMREF, ha sviluppato il progetto fotografico e narrativo, insieme allo scrittore Mario De Santis, per testimoniare la condizione di migliaia di bambini di strada che vivono nelle discariche di Nairobi. Altri ancora hanno prodotto lavori lontani dalla documentazione sul campo, utilizzando lo strumento del ritratto posato.
Tanino Musso ci fa conoscere un’operazione artistica promossa da CHE ARTE in collaborazione con AVSI che ha per tema la propria identità ed ha coinvolto come protagonisti bambini delle classi primarie provenienti da una baraccopoli nei pressi di Kampala in Uganda. Francesco Alesi ha lavorato per una campagna di Save the Children sugli stereotipi e sui pregiudizi, accostando alla figura umana un segno grafico contemporaneo usato per identificare oggetti e merci. Isabella Balena ci presenta per WeWorld una serie di intensi ritratti di donne famose, vere e proprie testimonial, che hanno deciso di non tacere, di non arrendersi, di contrastare la violenza e gli stereotipi di genere su vari fronti.
Abbiamo lasciato per ultimo l’unico lavoro “storico” in mostra, quello realizzato, con la potente semplicità di stile che lo contraddistingue, da Mario Dondero per Emergency, in una Kabul dei primi anni 2000. Le sue immagini in bianco e nero ci ricordano come in quel paese l’Ong è operante da tanti anni e che continua ancora oggi perché purtroppo i risultati di quella guerra, di cui la popolazione civile è la vittima principale, sembrano essere senza fine.
Ci auguriamo che questa mostra, che come tante altre al CIFA è frutto collettivo di tanti fotografi, riesca a coinvolgere il pubblico sottolineando come la fotografia, linguaggio usato in modi e per scopi diversi, possa essere testimonianza e portavoce dell’impegno di solidarietà che uomini e donne hanno nei confronti dei loro simili: altri uomini, donne e bambini che hanno la sfortuna di trovarsi in situazioni di disagio e emergenza umanitaria.